Il Segreto del Gargano

Gargano Segreto

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E', ci si passi il bisticcio, dovuto alla sua segregazione.

 

Un angolo di terra, un'isola, tagliata fuori dalle grandi linee di comunicazione terrestri e marittime, ma, quando lo si voglia, a portata di mano, a seconda dei bisogni e desideri; il che è a un tempo sfortuna e fortuna. Oggi che una frenesia di vivere ha preso tutti noi e ci ha collocati fra i più strani rumori di ogni genere, il figlio d'uomo si direbbe non ha più una pietra dove posare il capo. E se non proprio il riposo, se non la pace, chi è avido di quelle sensazioni tutte moderne, di scoprire cioè in un luogo il segreto scorrere del tempo, antico e rimescolato col nuovo, e di interrogare le cose per avere una risposta al proprio stato d'animo, tra queste pietre grigioviola, tra queste piante può anche trovare una sua soddisfazione.

La bontà el Gargano sta appunto nell'utilità di essere a pochi passi dai grossi centri abitati, da grandi arterie a quasi metà strada della penisola, ritratto in disparte, e offrire subito all'umana gente affaticata, col riposo in siti bellissimi, qualcosa di primitivo e di nuovo.

Ma il suo segreto naturale e umano sta in alcuni pozzi del tempo e in una geografia non propriamente italiana.

E vi è anche da scoprire nel cuore dei garganici una tenacia, una fedeltà a determinati modi di sentire e di vivere.

Se un occhio esperto, non sapendo dove si trova, lo chiedesse al cielo di un azzurro nettissimo e profondo, alla crudezza della luce, talora abbacinante, al grigio perla e viola dei monti, alle interminate pietraie, alle rocce, in alcuni punti convulsamente stratificate, alle pernici e alle allodole, gli rimarrebbe solo il dubbio di non sapere se essere nel Gargano o in Grecia. L'ulivo e il mandorlo continuerebbero l'inganno e non meno i bruni volti dei montanari, il loro sguardo, lampeggiante, indagatore e diffidente, e il riso delle donne pronto a notare il ridicolo delle cose e dello stesso viaggiatore. Anche i fanciulli non mancano di porsi, di fronte al forestiero, in istato di allarme, e a debita distanza si difendono col riso.

Approndando a Corfù o a Vieste, a Zante, a Cefalonia, a Manfredonia, a Rodi o a Peschici, o ad altre tranquille cittadine, dal golfo di Corinto alla montuosa Morea, di qua dall'Adriatico o di là dall'Ionio, si ha il sorprendente piacere di trovarsi di fronte allo stesso paesaggio. Una eguale petrosità abbagliata dal sole e fatta nervosa dal nitore delle luci ci inseguì ovunque; e, ancora, i perenni ulivi che si confondono al colore delle rocce, i mandorli e le interminabili pareti di fichidindia. Il bianco delle strade scavate a serpentina nella roccia, il variegato splendore del diaspro e del marmo in alcune zone, non consentono una distrazione. Anche le voci animali, la potente sonorità degli asini e l'ansito profondo dei muli funerei nell'assalto di sentieri a schiantapetto, anche le voci umane, hanno la stessa inflessione e lo stesso timbro troppo vibrato nell'aria. I colori esaltati hanno una eguale singolare personalità: il rosso di una gonna, il turchino di un grembiule, il verde ramarro di un camiciotto si impongono con violenza.

Terra scontrosa che si presenta con un suo scoraggiante squallore, ma segretamente fertile e generosa, con la maturazione severa di alcuni suoi frutti di impareggiabile sapidità. Ne è prova e simbolo l'albero di Minerva, il quale spacca il sasso per donarti un frutto che è cibo e luce.

La conferma di questa identità greco-garganica, segreta o scoperta, più che sulle coste va ricercata nell'interno; sempre nel paesaggio montuoso, su alcune vette dove l'orizzonte ha per confine il mare e, ancor più, in alcune valli, nelle forre, nei burroni senza fondo, nei greti aridi dei torrenti, dove un acquazzone passa come una battaglia perduta. Qui 'tutto è antico, fermo e incantato: tumultuanti memorie in un silenzio disumano', direbbe un poeta d'oggi.

L'irrequietudine del tempo si direbbe che non ha più nulla da dire al pescatore e al contadino. Il variare delle vicende umane può essergli una riprova non della saviezza, ma della ritornante matta bestialità. Il senso di una serenata che scuote il velluto della notte o il fosco lucore di una lama di coltello, che appare dal velluto di una giacca, scandiscono le strofe di una vita di passioni eterne ed elementari. Identici giuochi degli elementi, nella trama delle stesse coordinate fisiche e spirituali, spingono l'uomo verso il dramma e la tragedia. Il pastore dell'Acaia e l'avventuroso mandriano garganico, il capraio, hanno solo attimi di contemplazione: acuta e rapida. Amano invece profilarsi sull'orlo dei precipizi, correre sulla corona delle doline, precipitarsi lungo i dirupi a gara con le capre e le pietre scatenate nella corsa.

Le aree vette di Castelpagano, del Celano, del Calvo, dello Spigno sono le dimore predilette. Caccia, ratto e rapina affascinano più per il giuoco dell'avventura che per l'avidità del guadagno: il ladro Diomede ha posto nel sangue del garganico questa febbre rapace. La seduzione del delitto è quasi sempre subordinata a quella più imperiosa del dramma, della lotta e della catarsi. E' un modo di andare a fondo per comprendere, per conoscere dopo l'impellente e violenta scarica delle passioni. Sul Gargano, come nella antica Grecia, si sa ancora morire, si sa cioè giocare in un punto tutta la vita per la limpidità di una intuizione. E tutte le passioni sono la necessaria legna da ardere nel focolare di una verità scottante, amara e sublime insieme. L'amore del garganico non è spicciolo e aneddotico, ma assoluto e perentorio: un giuoco sull'orlo dei precipizi.

Così le tragedie di Edipo e degli Atridi ora si ripetono ora si rappresentano con un sottile piacere che inquieta l'ospite candido e ignaro. Il nostro garganico, nell'ultima guerra, credeva di trovarsi a casa sua, a Patrasso come a Manfredonia, a Cefalonia come alle Tremiti, a Coo e a Rodi Egeo come a Rodi Garganico. Richiamo onomastico e floreale di città dalla rosa egea alla rosa adriatica.

L'aspetto selvaggio non inganni il visitatore sentimentale. Il romanticismo, come in Grecia, non ha sul Gargano buona casa. Il medioevo ha approfondito la religiosità del garganico, ma non ha estirpato alcune sue profonde radici di paganità. Una festa religiosa è anche una sagra popolare. Una festa nella mente del popolo si associa al clamore e allo sfavillio delle luci. Darsi appuntamento in chiesa è cosa usuale per gli amanti. Una volta, prima dei cinema e dei bar, gli unici locali pubblici erano le chiese; e le cerimonie religiose, specie quelle della settimana santa, pretesti per sfoggi di abiti e di passioni giovanili per il chiasso. Non romanticismo, dunque, ma classicità che sola dà freno all'esplosione violenta delle passioni: misura estetica e gnoseologica, dunque, prima che morale. L'accennata paura del ridicolo, tipicamente ellenica, è temuta più del carcere da un garganico: non raro il delitto per una beffa patita.

Questo freno della misura si riscontra in un particolare gusto del preciso, del rifinito, del cesellato. Polito, o meglio 'pulito', a San Marco, è sinonimo di bello e di perfetto; e proprio qui abbondano, o meglio abbondavano una volta, orafi e artigiani del legno e del ferro. Il giuoco stesso si concepisce come una rigorosa obbedienza non solo alle leggi, ma anche allo svolgimento ritmico delle parti.

Come in una mètopa, come in un bassorilievo classico con gruppi di figure, l'ordine dei movimenti è in rapporto a un rispetto musicale. Se porgiamo l'orecchio alla parlata, i relitti lessicali greci non sono meno numerosi dei latini. Talora si tratta di vocaboli che resistono, come il locale diaspro, al tempo e alla sovrapposizione degli eventi, alla lingua imposta dagli ulteriori dominatori. A San Giovanni, a San Marco e a Sannicandro, si potrebbe ricavare dalla voce del popolo un elenco considerevole di parole elleniche, ancora vive e ortoepicamente pronunziate. Ma più si vorrebbe dire della stessa sintassi, libera e armoniosa come la greca, e non attanagliante come la romana. E su tutto il suono fisico del discorso, la sua vocalità propriamente ionica fa meraviglia: vocalità intesa nel duplice senso della musicalità  e della predominanza delle vocali. E valga l'esempio di una proposizione sammarchese: 'Ia, i jeia i' (Angelo, io devo andare). Sol che, occorre aggiungere, questa rapida e rara eleganza è stata poi molto variata e appesantita, nelle inflessioni, nella cadenza e nella presenza di gruppi consonantici, da ulteriori dialetti, specie dal latino, dallo spagnolo e dallo slavo.

Spagnoleschi possono anche a prima vista sembrare i costumi. Lo sfarzo dei monili, degli ori, dei colori sgargianti delle sete e dei velluti aveva già incantato un'ottocentesca visitatrice svizzera e turbato il Gregorovius. Bellissimi, tra i mediterranei, sono ancora i costumi di Monte Sant'Angelo e di Sannicandro. Ci duole rilevare che essi sopravvivono in grazia del carnevale. Se si fa però attenzione non alla superficie sfarzosa e scintillante, ma alla sapienza degli accordi cromatici, alla suntuosità delle lane e dei velluti, alla grazia del portamento muliebre, le donne della Beozia, della stessa Attica, oggi come ieri, ci verranno incontro. Se la semplicità è esclusa, non manca mai il gusto nella complessità del guardaroba. Di là da ogni esteriorità siamo però indotti a scoprire la presenza dell'Ellade in qualcosa di vago e indefinibile. Nell'assiduo canto di donne non viste, felici di esprimersi e sicure in 'chiuso ricetto', ascoltiamo il richiamo delle sirene. In un gruppo di fanciulle, al lavoro candido del bisso e del lino, ci piacerebbe scoprire la presenza, come tra le Cariti, della foscoliana 'Pallade che a mezzo amabilmente ride'.

In un'esclamazione estatica, in un grido di meraviglia, nella luminosità di un sorriso, nell'agile giro del collo e della testa, nella grazia di certi gesti astutamente sorvegliati e sospesi delle nostre donne, la Grecia ancora anticamente ci saluta. E una conferma ultima, di questa grecità ineffabile, ci verrà nello scoprire, lungo i lidi garganici, fanciulli meravigliati dalla 'conchiglia marina, figlia della pietra e del mare biancheggiante'.

Poco apprezzabile cosa sono i ricordi romani: ad esempio il culto di Giano lungo le valli occidentali; e poi la memoria delle querce oraziane e di periferici e incerti siti straboniani.

Come oggi, ai tempi di Roma le grandi vie di comunicazione tagliarono fuori questa montagna. Questi americani antichi andavano alla svelta per le vie del mondo e, avendo resa la vita sicura da ogni sorta di pirateria, la gente, come oggi rapidamente divalla, allora scendeva volentieri alla piana. Le selve e le querce di Orazio attireranno soltanto molto di poi il falcone dello 'scientifico' re Federico. I nomi delle città sepolte, vaghe nei luoghi e labili nella memoria, sono pur sempre greci. Siponto, Siri, Apeneste, Matinum, Uria. Ci attestano essi una vita fervida e florida del popoloso Gargano nelle prime luci della civiltà mediterranea, nella giovinezza del mondo sotto il segno dell'Ellade.

Così non vengono, 'tra la calura i polverosi biancospini', i distratti italiani che disprezzano la grazia e l'abbondanza di tante patrie bellezze; e solo si accorge di questa evidente analogia fisica e umana qualche straniero sapiente, che ne rimane sorpreso e vi pone le tende.

Così con le pernici di Alcmane dormono

'...le cime dei monti
e le vallate intorno,
i declivi e i burroni'.

E i ricordi tumultuano in un sovrumano silenzio e in una profondissima quiete. Altrove si è detto, a dispetto dei geologi, che questa montagna si e forse staccata dalla spina dorsale dell'Appennino per spingersi curiosa verso il mare e la costa dalmati. Ma forse, con più ragione, essa, ansiosa di sapere e di andare come l'irrequieto Ulisse, si sarà staccata dalla matrice greca e propriamente dalla pietrosa Itaca per fermarsi qui, ancora in una misteriosa e segreta sospensione.

da Gargano segreto di Pasquale Soccio, Mario Adda Editore - Bari
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